sabato 30 gennaio 2021

Gina Lacala, tutte le strade verso la ricerca di un figlio

di Manuela Romitelli


Diventare mamma è il sogno di molte donne, ma cosa accade quando questo sogno non si avvera? Esistono, allo stato attuale, diverse procedure che possono intervenire laddove la natura genetica si blocca. Procedure difficili, lunghe, complesse, e che molte volte possono allontanare ancora di più il desiderio di maternità. Sono veri e propri viaggi emotivi, oltre che fisici, a caratterizzare questi percorsi verso la ricerca di un figlio. Sono percorsi differenti che ogni donna vive a suo modo.

Raccontiamo la storia di Gina Lacala, 34 anni: "Mi considero europea a tutti gli effetti. Sono nata in Germania, mio padre è italiano e mia mamma era francese. Fino a 19 anni ho vissuto principalmente a Monaco di Baviera. Finite le superiori, ho deciso di andare a vivere e studiare a Teramo (Abruzzo). Sono rimasta in Italia fino al 2015, anno in cui sono stata selezionata per un tirocinio presso la Commissione Europea. Io e mio marito, allora fidanzato, abbiamo deciso di partire per questa avventura".

Hai vissuto tra Germania, Francia, Italia e Belgio: cosa ti ha dato ognuno di questi Paesi?

"Vivere in diversi paesi e assorbirne la cultura mi ha sicuramente portata ad avere una mente aperta, a vedere le cose da diversi punti di vista e ad accettare la diversità. In realtà non mi sento davvero parte di una cultura al 100%. La cultura di una società la acquisisci vivendoci fin da piccolo e comprende molte cose di cui non ci rendiamo neanche conto: i modi di dire, l’umorismo, i cantanti, i programmi della televisione, il cibo, le abitudini, le consuetudini, il modo di stare insieme, le relazioni tra i diversi membri di una stessa comunità. Mi sono accorta che mi mancavano i pezzi rispetto a tutte le culture alle quali appartengo e questo non facilita l’integrazione. Ho vissuto una grande crisi d’identità appena arrivata in Italia. Mentre vivendo in Belgio dal 2015, devo ammettere che sto ancora cercando di capire quale posto sento davvero essere casa mia".

Diventare mamma non è stata una strada facile, raccontaci il tuo percorso.

"In realtà, il voler diventare mamma è stato un percorso graduale. Non sono mai stata pazza per i bambini e per molti anni non mi sentivo pronta a compiere questo passo, anzi non sapevo neanche se avrei voluto diventare mamma. I miei genitori mi hanno sempre spronata ad essere indipendente economicamente e a mettere la stabilità al primo posto, quindi per me pensare di diventare mamma senza avere una certa stabilità era impossibile. Inoltre, sono consapevole dell’impegno che un figlio richiede, soprattutto se si ha in mente un progetto educativo e si vuole seguire il figlio durante il suo percorso di crescita. Nonostante questa mia parte razionale, dentro di me ho sempre amato e desiderato la famiglia numerosa, ci voleva probabilmente solo l’evento scatenante".

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

"Primo, l’aver trovato un uomo che mi ama, con il quale sto condividendo la mia vita e con il quale posso fare progetti. Secondo, l’essermi resa conto che, stando lontani dalla famiglia, siamo sostanzialmente soli, al contrario di quello che vorrei, e che un figlio ti può portare tanta gioia. Terzo, mia mamma mi ha fatto capire che la stabilità al 100% non esiste e che vale la pena rischiare perché alla fine le soluzioni si trovano sempre. Così alla fine del 2017, abbiamo iniziato a cercare un figlio, senza sapere che pochi mesi dopo avrei intrapreso un percorso tortuoso tra inseminazioni e fecondazioni in vitro. Nel 2019 ho affrontato due aborti spontanei e due raschiamenti. Dopo tutte queste esperienze, fortunatamente, siamo diventati genitori di Marco". 

Come hai vissuto il percorso di fecondazione assistita che hai seguito in Belgio?

"Devo dire che sono stata molto fortunata ad aver intrapreso questo percorso in Belgio, perché qui ci sono dei centri di altissimo livello. Il sistema sanitario permette di affrontare tutto senza perdite di tempo, ed è previsto il rimborso dall’assicurazione".

Emotivamente come è stato affrontare tutto questo?

"A livello psicologico ho intrapreso questo percorso con determinazione e positività. Sapevo già, da quando avevo 19 anni, che avrei probabilmente avuto bisogno di un aiutino il giorno in cui avrei deciso di avere figli, poiché mi hanno diagnosticato la sindrome da ovaio policistico. Forse ho avuto un po’ di apprensione per la fecondazione in vitro, perché non sapevo come avrei reagito a questi alti dosaggi ormonali e che bisognava fare un intervento per estrarre gli ovuli, ma poi quando sai di non avere scelta, vedi le cose diversamente e cerchi di prenderle con un pizzico di leggerezza. Sicuramente un ruolo importante lo ha svolto l’equipe medica, che è stata sempre molto accogliente e rassicurante, e ovviamente mio marito che si è offerto di farmi le punture sulla pancia. Infine, devo dire che, contrariamente a quanto riportato da molte donne, le terapie non hanno influito sul mio umore, per cui posso dire che l’ho vissuta molto bene".

Hai vissuto anche momenti di sconforto legati proprio ai trattamenti?

"Certo! È chiaro che non è tutta una passeggiata. Sai quando inizi ma non sai quando finisci. Così in un attimo sono passati due anni, durante i quali abbiamo vissuto attese per i test di gravidanza, delusioni per i trattamenti poco efficaci, dosaggi da adattare al mio corpo, esami poco piacevoli come l'isterosalpingografia. Ci sono stati momenti dove mi sono chiesta se ne valeva la pena, mi sentivo un pesce fuor d’acqua in mezzo a tutte quelle donne giovani e meno giovani alla ricerca di un figlio. Molte donne si arrendono già in partenza al solo pensiero di dover fare le punture ormonali sulla pancia. Altre lo considerano una forzatura e preferiscono non ricercare le cause dietro alla difficoltà a concepire figli naturalmente. Nonostante i miei dubbi, ho comunque continuato perché non volevo rimpianti e anche se rispetto chi decide di non fare questo percorso, lo trovo un peccato perché in fin dei conti la medicina ci può aiutare. Inoltre, c’è da dire che a volte le cause sono facilmente risolvibili. Oggi la fertilità è un grande problema e al contrario di ciò che si può pensare dipende anche spesso dagli uomini. Per cui fare degli esami come coppia può essere d’aiuto e dare delle prospettive".

Come funziona esattamente la procreazione assistita?

"Prima di arrivare a consultare degli esperti, in genere tutte le coppie cercano di avere rapporti mirati grazie al rilevamento della temperatura corporea della donna e i test di ovulazione che si trovano sul mercato. In genere se dopo un anno non riesci a rimanere incinta allora conviene consultare degli esperti. Nel mio caso questo periodo è durato molto meno, visto che già sapevo di avere l’ovaio policistico e dei cicli completamente sballati, quindi non abbiamo perso tempo".

Il percorso in sé come avviene?

Il percorso di procreazione assistita prevede più fasi. Per prima cosa, la coppia deve fare diversi esami, prima che la donna possa iniziare i trattamenti ormonali, poiché i medici devono capire se il trattamento è davvero necessario o se vi sono altre problematiche che bisogna affrontare. È da notare che vi sono coppie che, apparentemente, non presentano nessun problema di infertilità e che si trovano comunque a dover ricorrere alla procreazione assistita. Una volta fatti tutti gli esami, i medici prescrivono il trattamento da effettuare a casa. Nel mio caso, ho dovuto fare delle punture ormonali sulla pancia per stimolare l’ovulazione e fare dei controlli, ovvero analisi del sangue ed ecografia, ogni due giorni in prossimità dell’ovulazione. Una volta che l’ovulo aveva raggiunto la dimensione desiderata si procedeva con l’inseminazione. Questo trattamento non ha funzionato nel nostro caso, così i medici hanno deciso di optare per la fecondazione in vitro. In questo caso i dosaggi ormonali sono molto più elevati, poiché idealmente la donna deve produrre una decina di ovuli da poter poi fecondare in provetta. Una volta che gli ovuli arrivano a maturazione, vengono prelevati con un ago sotto anestesia locale, per poi essere subito fecondati dall’equipe di biologi. Tre giorni dopo, valutano se gli ovuli si sono sviluppati, ovvero se la divisione cellulare è avvenuta e se è avvenuta in modo corretto".

Poi che succede?

Successivamente, si effettua il trasferimento dell’embrione che è una procedura semplice e indolore: l’embrione viene semplicemente posizionato nell’utero e poi bisogna aspettare che attecchisca e si nidifichi nella parete uterina. Gli altri ovuli fecondati vengono crioconservati (congelati) per un tempo stabilito dalla legge e possono essere successivamente scongelati per essere trasferiti".

Qual è il momento più difficile da affrontare quando si ha un aborto spontaneo?

"Ho vissuto due aborti molto diversi e conseguentemente le emozioni che ho provato erano anche molto diverse. Nel primo caso, ero rimasta incinta dopo il primo tentativo di fecondazione in vitro che non era andato bene, visto che avevo portato a maturazione un solo ovulo. I medici avevano deciso di tentare con l’inseminazione e avevano avuto ragione. Quando ci hanno annunciato che il risultato del test di gravidanza era positivo, lo abbiamo vissuto come un miracolo. Non avremmo mai pensato che l’ovulo si sarebbe fecondato e impiantato. Per cui, quando inizialmente stava andando tutto bene e arrivammo anche a sentire il cuoricino battere, ci sentivamo al settimo cielo e decidemmo di annunciarlo ai familiari. Purtroppo, all’ecografia della settima settimana ricevemmo la notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere. Mi ricordo ancora quel giorno quando alla visita di controllo la ginecologa posizionò l’ecografo e dopo qualche minuto e con uno sguardo sconcertato chiese all’assistente “a che settimana siamo?”. Poco dopo mi disse “mi dispiace ma non c’è battito”. Fu una doccia fredda e rimanemmo increduli. Mi sentivo come se un coltello mi avesse appena trafitto il cuore. Ecco, quello penso sia stato il momento più brutto. Poi, fino al raschiamento è stata dura, non solo perché ho dovuto annunciare a tutti che lo avevamo perso, ma anche perché sapevo di dover convivere con questo corpicino che era dentro di me senza vita. Non smettevo di pensare che era tutto finito, così all’improvviso. Il sollievo è arrivato con l’intervento, che ho vissuto come una liberazione. Era il momento di voltare pagina, di pensare al futuro con positività. Avevo deciso che non mi sarei arresa, che sarei rimasta forte come una roccia perché alla fine intorno a me stavo conoscendo tante donne che avevano vissuto quello che stavo vivendo io. Provavo anche gratitudine perché la natura aveva fatto quello che doveva fare prima che fosse troppo tardi".

Poi cosa è successo?

"Qualche mese dopo il primo raschiamento rimasi di nuovo incinta, grazie al secondo tentativo di fecondazione in vitro che, questa volta, andò a buon fine. Contrariamente alla prima gravidanza, già dalle prime analisi capimmo che c’era qualcosa che non andava. I livelli degli ormoni hcg (gli ormoni della gravidanza) non erano raddoppiati come previsto. Nelle settimane successive la crescita fetale era anomala, poiché il piccolo presentava un ritardo di due settimane. All’ottava settimana i medici decisero di procedere con il raschiamento, poiché erano ormai certi che non si sarebbe mai sviluppato come avrebbe dovuto. In questo caso, ciò che mi aveva fatto soffrire di più era il fatto di dovermi interfacciare sempre con un ginecologo diverso dalla mia ginecologa di riferimento, poiché in questa clinica è prevista la rotazione del personale. Ognuno vedeva le cose in modo diverso e aveva i propri dubbi. Così c’era chi voleva ancora aspettare e chi mi aveva già detto che non c’erano speranze. L’intervento fu di nuovo una liberazione. Ancora una volta avevo deciso di non arrendermi, anche se era più difficile stavolta, visto che ne avevo persi due, uno dopo l’altro, e rientravo nella casistica degli aborti ripetuti e non più occasionali".

Dev'essere stato difficile.

Sì, infatti ho iniziato a chiedermi se avevo qualche problema e avevo paura che era solo l’inizio di una lunga trafila di aborti. Ho iniziato anche a dubitare dell’equipe medica, e temevo che non mi avevano fatto fare abbastanza esami. Poi ci hanno fatto fare l’esame del cariotipo (il DNA materno e paterno) e la mia ginecologa ci ha spiegato che purtroppo può succedere di avere due embrioni non compatibili con la vita e che è un bene quando la gravidanza si interrompe allo stadio iniziale. All’inizio del 2020, ho iniziato con la cura ormonale in previsione del secondo transfer, il quale non è mai avvenuto a causa del Covid19. Con il lockdown e le incertezze sugli effetti che il virus poteva avere sullo sviluppo dell’embrione, i medici hanno deciso di interrompere tutto. Io ho subito pensato che non potevo dipendere da una clinica per diventare mamma. Ormai avevo imparato a conoscermi, e il mio corpo, ancora imbottito di ormoni, aveva iniziato a funzionare anche da solo. Ci abbiamo provato naturalmente e a fine aprile ho fatto il test di gravidanza ed è risultato positivo".

Parlare di aborto è, ancora oggi, una sorta di tabù, cosa diresti alle donne che hanno subìto questo e si vergognano?

"L’aborto è un vero e proprio lutto e penso che molte donne non ne parlino per non rivivere il dolore della perdita. A questo si possono aggiungere sentimenti di colpa e vergogna, che possono essere dovuti a diversi fattori: sociali, relazionali o semplicemente concernenti le cause dell’aborto stesso. Viviamo in una società dove vi è ancora la convinzione che per essere donne bisogna avere figli e essere in grado di procreare, perciò alcune donne non si sentono all’altezza delle aspettative sociali. In alcune coppie sono anche i partner a incolparsi a vicenda, attribuendo ad esempio l’aborto allo stress o all’incapacità della donna di portare avanti la gravidanza. La solitudine delle donne può anche dipendere dal fatto che il partner non riesce a provare empatia e a capire cosa significhi perdere un figlio. Questo dipende spesso dal fatto che gli uomini vivono la gravidanza come qualcosa di molto astratto, poiché non la vivono in prima persona e non riescono a immaginare che il legame madre-figlio si crea già fin dall’inizio".

Cosa consiglieresti a una donna che in questo momento ha perso un figlio e non vuole più lottare?

"Il modo in cui affrontiamo eventi difficili come l’aborto dipende da una serie di aspetti: il vissuto, il carattere, il nostro modo di essere, ecc. Penso che ognuno di noi sa quanto è in grado di sopportare. Io mi ero detta che un terzo aborto sarebbe stato davvero difficile per me e che a quel punto mi sarei presa una pausa di riflessione. C’è anche da dire che per me un figlio rappresenta una ciliegina sulla torta, mentre molte coppie non si sentono al completo se non riescono ad avere figli. Io mi ero totalmente lasciata andare all’idea che se Dio avesse voluto, saremmo stati felicissimi di accogliere una nuova vita, altrimenti saremmo stati comunque felici come coppia. Penso che questo ci ha aiutati e mi ha aiutata a non farne una fissazione. Tuttavia, so che ci sono donne che vanno in depressione e non hanno più voglia di combattere. Consiglierei loro di rivolgersi ad uno psicologo che le possa aiutare a risollevarsi ed eventualmente a ritrovare la forza di lottare, oppure ad accettare di non voler più cercare e di poter stare comunque bene e vivere in pace con se stesse. Spesso è proprio in questi momenti che capita la cosa più inaspettata".


Per approfondire:

ISTAT - Aborti spontanei

IRCCS - Aborto spontaneo

MSD - Aborto spontaneo

Fertilità femminile - VIDEO

Gina Lacala


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