sabato 27 giugno 2020

Andrea Romitelli, ombre e luci di un rapporto fraterno dove c'è una disabilità

di Manuela Romitelli 


Il rapporto tra fratelli non è mai facile. La causa? Può essere la differenza d'età, una visione differente della vita e tanto altro. Ma che succede quando entra in gioco una malattia che - come ho già detto in un altro Post - sconvolge tutti i sistemi familiari? 

Semplicemente rompe tutta la catena di montaggio. 

Quando c'è una disabilità tutto si concentra sulla persona interessata, e tutto il resto passa in secondo piano. Purtroppo il fratello o la sorella di una persona con disabilità si sente messo un po' in disparte, come un giocatore in panchina. Resta seduto a guardare e non sa quando entra in campo. 

Fino a non molto tempo fa, questo argomento non era preso in considerazione da nessuno, nemmeno dai medici o dagli psicologi. Oggi, fortunatamente, non è più così. È un argomento diventato un vero e proprio "fenomeno". Sono stati scritti numerosi libri, sono stati fatti vari Convegni, e sono state tante le voci di fratelli e sorelle che - finalmente - hanno potuto esprimere la loro presenza. 

Siblings è un termine che deriva dall'inglese e specifica l'appartenenza agli stessi genitori, senza specificarne il genere, ossia è riferito sia ai fratelli che alle sorelle. Ma da un po' di tempo Siblings è un termine che sta ad indicare precisamente i fratelli e le sorelle di persone con disabilità. 

Quante volte ci sono stati silenzi nelle famiglie, sguardi fissi e vuoti, parole mai dette, lacrime nascoste, urla soffocate. È tempo di dare voce a queste persone, ai ragazzi, agli adulti, a tutti quei fratelli e sorelle che - per troppo tempo - sono stati investiti, seppur indirettamente, dalla malattia e da tutto ciò che ne consegue. 

E così ho voluto dare voce a mio fratello Andrea. Abbiamo percorso insieme un piccolo viaggio che ci ha portato fino a oggi. 

Sei nato tre anni dopo tua sorella, dicono che essere il secondogenito porta i suoi vantaggi, è così? 

Per me no, perché comunque le attenzioni erano tutte per te, quindi per me non è stato così. Che poi a dirla tutta, non so quali possano essere questi vantaggi. Ognuno è ciò che è. 

Quando hai capito che tua sorella aveva una malattia neuromuscolare? 

Sinceramente non so, perché nessuno mi ha detto che tu avevi una malattia. L'ho capito da solo, nel tempo, guardandoti ho capito che qualcosa non andava perché non riuscivi a fare tante cose. 

Avete avuto difficoltà a interagire? 

Sì, abbastanza, ma questo perché non abbiamo potuto fare delle cose insieme, come per esempio andare in bici insieme, tu non ci andavi proprio in bici, però abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. 

La malattia ha influito sul vostro rapporto? 

Abbastanza. Come ho già detto prima, purtroppo tu non potevi fare delle cose, come facevamo tutti, non potevi uscire da sola. Per esempio mi sarebbe piaciuto che tu facessi parte del mio gruppo di amici, che ci incontrassimo per strada, cose normali e banali, ma che per me erano importanti. Per fare un altro esempio, c'era un mio amico che aveva una sorella e lei veniva spesso con noi, ecco, anche io avrei voluto questo, avrei voluto tanto averti nel mio gruppo, avrei voluto che tu potessi fare gli stessi giochi, come giocare a pallavolo, correre come matti, andare in spiaggia e camminare sulla riva, fare le gare di nuoto al mare e arrivare agli scogli e tantissime altre cose. Inutile negare che tutto questo mi è mancato. Senza questa malattia sarebbe stato diverso, o per meglio dire, anche il tuo carattere Capricorno sarebbe stato sicuramente meno Capricorno. Perché comunque tu hai un carattere troppo forte. 

Qual è stato il periodo più difficile per te?

Sicuramente l'adolescenza. Mi vergognavo di tutto, ma davvero, mi vergognavo di te, di mamma, di papà, che poi non so dirti perché. Non c'era un vero motivo, è che quando sei ragazzetto ti senti diverso, è come se volessi separare gli amici dalla famiglia. Come se fossero due mondi inconciliabili. Per esempio mi ricordo che  quando andavamo a scuola, a volte capitava che tu salivi sul mio stesso bus che ci riportava a casa, e ovviamente c'erano anche i miei amici e pensando a cosa potessero dire di te mi sentivo morire. Ovviamente sono tutti pensieri stupidi perché, come ho già detto, quando sei un ragazzetto vedi le cose in modo distorto. 

I tuoi amici ti hanno mai fatto pesare la disabilità di tua sorella?

No, fortunatamente no. Non so se sarà stato per il mio carattere forte, perché comunque mi facevo rispettare, ma no. Solo una volta ci fu un mio amico che mi disse qualcosa su di te e io lo picchiai e non si permise più. 

Qual è stato il periodo più duro del vostro rapporto? 

Senza ombra di dubbio il periodo della tua adolescenza, perché tu eri intrattabile, giustamente è stato il periodo più brutto per te, la malattia si stava manifestando in tutta la sua cattiveria, e quindi tu eri come un vulcano pronto a esplodere. Chiunque si avvicinasse a te, beh, non era facile avvicinarsi a te, posso dire solo questo. Ma non possiamo sapere cosa stavi passando, non con esattezza. 

Definisci con una parola il vostro rapporto attuale. 

Una sola parola: amore

Cosa diresti a chi, oggi, si ritrova a essere fratello/sorella di una persona con disabilità? 

Guarda, gli direi di stargli vicino, prima di qualsiasi cosa, perché l'affetto e la vicinanza sono le cose più semplici e importanti per ognuno di noi, figuriamoci per chi ha già delle difficoltà quotidiane legate a una disabilità. E poi di fargli pesare il meno possibile la sua situazione, che a quello ci pensa già la vita. 

Siblings - sito di fratelli e sorelle con disabilità 


Immagine di Andrea e Manuela, fratello e sorella 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 



lunedì 15 giugno 2020

Anna Maria Melara, quando una malattia neuromuscolare entra in una famiglia

di Manuela Romitelli 

Per la prima volta una figlia giornalista (io) intervista una mamma (la mia) per raccontare come una malattia come la FSHD (Distrofia Facio-Scapolo-Omerale) ha influito sulle nostre vite. 

Ho sempre detto che raccontare una malattia non è facile, a volte si scade nella retorica, a volte nella banalità e spesso nel pietismo. Cercherò di non percorrere nessuna di queste strade. 
Un piccolo viaggio attraverso alcune domande che ci porteranno a rivivere momenti salienti della nostra vita. E magari potranno essere d'aiuto per chi, in questo preciso momento, si trova ad affrontare un percorso complicato come la scoperta di una malattia neuromuscolare. 


Era il 24 dicembre quando tua figlia è nata. Ricordi quei momenti?
Ho provato un mare di emozioni, avevo solo 20 anni, poi soprattutto perché eri una femminuccia, cosa che io desideravo tanto. È stato il più bel Natale della mia vita. 

Quando hai iniziato a notare che qualcosa non andava nel verso giusto?
Purtroppo quando hai iniziato la prima elementare, ti guardavo camminare con lo zaino e lì ho percepito che c'era qualcosa di strano. Abbiamo iniziato a fare delle visite mediche, ma sembrava tutto a posto, io però non ero convinta, vedevo e sentivo che qualcosa non era come doveva essere. Tuttavia, secondo i medici, ero una mamma troppo apprensiva. Alla fine hanno ribadito di non aver visto mai una madre che vuole far stare male un figlio per forza, perché questo hanno pensato di me. 

Quindi i medici non credevano che tua figlia potesse avere qualcosa di serio, quando è che hanno capito la verità?
La verità è venuta a galla molto dopo, quando siamo andati al Bambin Gesù a Roma, ti hanno fatto tutti gli accertamenti, ma siccome erano nella norma non sapevano più che fare. Così poi hanno deciso di fare il Cpk (che è risultato alto) ma siccome non erano convinti mi hanno detto di rifarlo a Teramo perché - secondo loro - si trattava sicuramente di un'alterazione del sangue e niente di grave. 

Quando è stata fatta la diagnosi?
La prima cosa che abbiamo fatto, una volta tornate a casa, è stato ripetere le analisi, ovviamente non vedevo l'ora di avere il risultato. Ricordo quel giorno come fosse ieri, anche non sapendo il significato di quel valore alto, quando l'ho letto mi sono sentita morire. Piangevo mentre camminavo, sbattendo contro le persone. 
Non sapevo assolutamente cosa volesse dire quel risultato, ma dentro mi sono sentita morire perché avevo paura di tutto ciò e non sapevo cosa aspettarmi. In quel momento ti senti impotente e non sai cosa fare. Ti crolla davvero il mondo addosso e non tanto per dire. 

I medici vi hanno dato un sostegno psicologico? 
No, abbiamo dovuto affrontare tutto da soli ed è stata la cosa più dura di tutta la mia vita. Poi il nostro medico di famiglia ci indicò il Centro Besta di Milano, forse lui aveva qualche sospetto ma non ci disse nulla. 
Prendemmo appuntamento, e dopo la visita la dottoressa ci spiegò cosa stesse succedendo. La diagnosi fu FSHD, ovvero Distrofia Facio-Scapolo-Omerale, un nome mai sentito prima. La dottoressa disse che a un certo punto della tua vita non avresti più potuto camminare. Avevi solo nove anni, sembrava tutto un sogno (o per meglio dire, un incubo). Tu non ti rendevi conto fortunatamente, ma per noi è stato devastante, è come se all'improvviso nulla avesse più senso nella vita. Eravamo molto giovani anche noi e non sapevamo assolutamente come affrontare il tutto, all'improvviso si fece buio assoluto. 

Dopo la diagnosi cosa è successo? 
Ci hanno detto che a un certo punto la malattia si sarebbe bloccata, però nel frattempo avresti dovuto fare fisioterapia, nuoto e prendere le fiale di carnitene, queste cose ti avrebbero aiutato, ma tu non volevi fare nulla e ogni giorno era una lotta continua. Hai sempre avuto un carattere molto forte, già da piccola. 

Come avete informato tua figlia della malattia? 
Tu mi facevi molte domande e io mi trovavo molto in difficoltà perché non avevo il coraggio di dirti che in futuro avresti avuto bisogno della sedia a rotelle, sapevo che non l'avresti accettata. 
Però il peggioramento più evidente è avvenuto durante la fase dello sviluppo, intorno ai tredici anni, e lì piano piano ho iniziato a dirti qualcosa. 
Hai avuto una reazione bruttissima verso di me, dicendomi che ti avevo mentito, che ti avevo nascosto la verità. Ho provato a farti capire le mie motivazioni, ma tu mi hai detto che una brava mamma non si comporta così e forse avevi ragione, ma io ti volevo solo proteggere. 

Quando ha iniziato a elaborare?
Sicuramente verso i quindici anni, è stato forse il periodo più brutto, avevi iniziato le superiori, quindi ti accettavi ancora meno, tante cose a scuola non le potevi fare, come il laboratorio, essendo un Istituto d'Arte, dicevi che tu non avresti voluto fare quel tipo di scuola, ma eri stata costretta dalle circostanze, visto che era vicino casa. 

A scuola come è andata? 
All'inizio non è stato facile, ti facevano "scherzi" pesanti, ma fortunatamente è durata poco, hai saputo metterli in riga, grazie al tuo carattere ti sei guadagnata rispetto e ammirazione. 
Con l'assistenza è stato disastroso, invece di aiutarti ti stavano portando fuori dalla scuola, ma anche qui, sempre grazie al tuo carattere, sei riuscita a riprendere la tua strada. 
Poi fortunatamente una tua compagna si è offerta di starti vicino e aiutarti e questo è durato fino alla maturità, con lei è nata una bella amicizia che dura ancora oggi. 

Dopo la scuola cosa è successo? L'università, il lavoro, quali sono state le difficoltà?
Dopo la maturità ti sei iscritta all'Università, la facoltà che volevi fare era Psicologia. Purtroppo all'epoca bisognava andare a Roma, e per te non era possibile, così, anche se a malincuore, hai dovuto ripiegare su Scienze Politiche a Teramo. 
Ovviamente non potevi frequentare le lezioni e quindi andavi solo per fare gli esami, ed era tutto più difficile, però poi una volta che hai capito il meccanismo sei andata avanti senza problemi. 

Quanto ha influito la disabilità nell'armonia familiare?
Naturalmente un po' ha influito perché ci ha scombussolato, ma non tanto per quello che dovevamo fare, ma per il dolore che avevamo dentro. Ci sentivamo impotenti di fronte a una cosa così grande. 
Chi ne ha risentito molto è stato il fratellino, che allora aveva solo tre anni, lui si sentiva messo da parte perché le attenzioni erano concentrate più su di te, io ci soffrivo molto per questo ma che potevo fare? Noi andavamo facendo controlli di continuo e lui naturalmente restava con i nonni, forse si sentiva abbandonato - che è naturale a quella età - non poteva sapere cosa stava succedendo e ci ha sofferto tanto, io lo amavo ancora di più, ma come farlo capire a un bimbo così piccolo? È stata una fase molto difficile per me.

I medici in generale non sono stati molto chiari e presenti. La solitudine nella lotta quotidiana è stata una delle tegole più difficili da affrontare, è giusto?
Esatto, è stato veramente tutto troppo grande per noi, anche perché sapevano poco e niente di questa malattia. È stato veramente un brutto periodo, tu mi facevi tante domande e io non avevo risposte. Tu non volevi uscire, perché purtroppo quando c'è un problema la gente guarda e a te dava molto fastidio. È stata davvero dura per tutti noi. 

Cosa diresti a chi si trova a vivere adesso una situazione simile?
Non so, non è facile perché ognuno la vive a modo suo, però quello che mi sento di dire è di non essere troppo apprensivi, perché oltre a stare male tu stesso lo trasmetti a chi ti sta vicino e non risolvi niente, anzi peggiori solamente le cose, ma ognuno reagisce a modo suo. 

Ad oggi ti senti di dire che nonostante tutto ce l'abbiamo fatta oppure no?
Assolutamente sì, insieme siamo stati una bella squadra, abbiamo lottato tanto, non ci siamo mai arresi. Noi contro quella bestia che si chiama FSHD


Di seguito i link dove potrete trovare tutte le informazioni riguardo alla FSHD ovverosia Distrofia Facio-Scapolo-Omerale. 

Di seguito il link per accedere al programma completo della prossima Giornata Nazionale dedicata interamente alla FSHD che si svolgerà il 20 giugno 2020. 

A seguire il programma completo del Meeting internazionale sulla FSHD che si svolgerà in due giorni, ossia il 25 e 26 giugno 2020. 


Immagine di Anna Maria e Manuela, mamma e figlia 



© RIPRODUZIONE RISERVATA


sabato 13 giugno 2020

Iacopo Melio, la sua forza è di tutti

di Manuela Romitelli 


Raccontare chi è Iacopo Melio non è facile, perché lui è tante cose. Classe 1992 e già moltissime esperienze al suo attivo. Ma iniziamo per gradi. Iacopo ha sempre avuto un rapporto molto forte con le parole, difatti già durante il liceo aprì un Blog dove raccontava le storie delle persone e da lì cominciò a collaborare con alcune realtà giornalistiche. 

Dopo essersi formato culturalmente, una laurea in Scienze Politiche e varie esperienze nel mondo della Comunicazione e del Giornalismo, è riuscito a trovare uno spazio per emergere. 

Si definisce estroverso e solare, curioso e romantico. Iacopo si sposta in sedia a rotelle, ma ciò gli ha dato una spinta ancora più forte per realizzare i suoi sogni. Ama la musica, ascolta De André e Guccini, ed è appassionato di tutto ciò che viene dal mondo tecnologico. 

È un sognatore Iacopo, trova sempre qualcosa di cui innamorarsi, che sia una donna, un bambino o un tramonto. Perché lui ama chi sogna forte nonostante tutto. 

E la maionese? La mette ovunque, tra un piatto di pennette e un tiramisù. 

Ha scritto tre libri. 

L'ultimo in ordine di arrivo è "Buonisti" (edito da People, data di uscita il 5 dicembre 2019, 148 pagine). I "buonisti" sono quelli che oggi, armati di umanità, cercano di farsi spazio nella società sgomitando tra razzismo, egoismo, fascismo e un sacco di altri "-ismi" fatti di chiusura e intolleranza. 

"Faccio salti altissimi" (edito da Mondadori, data di uscita il 6 marzo 2018, 150 pagine). In questo libro Iacopo presta la voce a chi non ce l'ha, a chi si sente sconfitto in partenza, a chi ha troppa paura per tirarla fuori, usando parole come "libertà" e "uguaglianza", "giustizia" e "dignità". 

"Parigi XXI" (edito da Miraggi Edizioni, data di uscita il 25 ottobre 2016, 81 pagine). È una raccolta di poesie d'amore. "Parigi XXI è stato un viaggio,un'escursione, un 'safari mentale'. La mia ancora di salvezza" dice Iacopo. 

Iacopo oltre ad essere giornalista e scrittore, è anche un attivista dei diritti sociali, difende a spada tratta le ingiustizie, soprattutto verso le persone più fragili. 

E grazie a questo impegno ha creato una importante Onlus Vorrei prendere il treno, nata nel 2015, portata avanti con iniziative molto interessanti. 

Ha ricevuto riconoscimenti molto ambiti: il 7 dicembre 2017 il Parlamento Europeo lo ha nominato "Cittadino Europeo", e quasi un anno dopo, esattamente il 29 dicembre 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha conferito l'onorificenza di "Cavaliere dell'Ordine al Merito". 

Un valore che continua a mettere in campo. 

Per essere sempre aggiornati su tutte le sue attività e battaglie andate sul sito Vorrei prendere il treno

E per conoscere tutto il suo bagaglio di vita andate sul sito Iacopo Melio

Come tutti noi, anche Iacopo ha vissuto la sua quarantena chiuso in casa. 

"Personalmente, vivo con i miei genitori e sono loro i miei principali assistenti. Mia mamma, insegnante, è rimasta in quarantena con me dal primo giorno (date le scuole chiuse) e per questo non sono mai stato “scoperto” da aiuti in questo periodo non facile" mi racconta. 

"Mi sono arrivate e stanno arrivando ancora, però, centinaia di segnalazioni e messaggi riguardo situazioni ben più gravi, dove ad esempio la persona con disabilità dipende da terapie e cure in modo costante, ora sospese per motivi di sicurezza e prevenzione. C’è ad esempio chi doveva affrontare esami, terapie o addirittura interventi importanti, bloccati per chissà quanto altro tempo" prosegue. 

"Non dimentichiamoci poi delle disabilità cognitive, quelle invisibili non solo da fuori ma anche per le Istituzioni, che non pensano abbastanza a chi, ad esempio, è nello spettro dell’autismo e ha quindi bisogno di svago, di stimoli, di uscire all’aria aperta per non sentirsi davvero in prigione. Insomma, il coronavirus ci ha messo davanti alle nostre difficoltà. Tutti. A maggior ragione chi, già da tempo o da sempre, lotta con fatica per conquistare una propria indipendenza e autonomia" conclude. 


Iacopo non si ferma, continuerà a dare voce alle persone più bisognose, più deboli, a chiunque avrà bisogno di lui, del suo aiuto. E lo farà con tutti i mezzi possibili, con la sua Associazione, con i suoi scritti, ma soprattutto con la sua forza. 

Immagine di Iacopo Melio
     

Libri di Iacopo Melio

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lunedì 8 giugno 2020

Valentina Tomirotti, una donna che non le manda a dire

di Manuela Romitelli


Occhi magnetici che guardano dentro e lunghi capelli neri a incorniciare il suo volto: lei è Valentina Tomirotti, una donna che di certo non le manda a dire. 
Valentina, classe 1982, vive a Porto Mantovano (Mantova) e il suo libro "Un altro (d)anno", edito da Mondadori, è solo una delle mille cose che impegnano la sua vita piena di colori, anche se lei preferisce il rosa. 
La sua professione? Giornalista e social media manager. Valentina è nata con la Displasia diastrofica, una malattia che ha impedito alle sue cartilagini di crescere. Vive il mondo sulla sedia a rotelle, ma ciò che può sembrare un ostacolo per lei diventa una nuova opportunità. 
Ha già fatto decine di presentazioni in giro per l'Italia, dove "è filato tutto molto liscio". 

"Un altro (d)anno" è un libro autobiografico, che parla di te e dei tuoi pensieri più profondi. 

"Il pensiero di scriverlo viveva in me da qualche anno, era arrivato il momento di vomitare tutto a fin di bene. Per scrivere in modo effettivo ci ho messo quasi un anno, e infinite volte ho pensato di abbandonare, perché il cammino nel mio IO non è stato sempre una passeggiata". 

All'interno del libro troviamo delle frasi con hashtag #perdire, come sei diventata "mamma" dei #perdire?

"I #perdire sono frasi quotidiane, che scrivo sui miei canali social. Sono di riferimento emotivo e portano sempre l'hashtag per avvertire il pubblico. Essendo un appuntamento, è diventata abitudine". 


"Mi hanno detto che non riesco a rispettare la mia condizione di disabile, trasformandomi in un fenomeno da baraccone", quali dovrebbero essere i limiti per una rispettosa condizione di disabilità?

"Sarò molto telegrafica: non averne, non fare nulla contro il proprio essere, ma buttarsi e combinare qualcosa, anche di estremo". 

"Pepitosa in carrozza" è la tua associazione, un bel progetto. 

"Pepitosa in carrozza" è un progetto enorme, ma molto utile per tutti. La Onlus nasce a luglio del 2019 e si pone come obiettivo il racconto della disabilità in modo itinerante, senza alimentare radici di inutili e dannosi cliché, utilizzando il viaggio e l’accessibilità come motori di una nuova forma di dialogo, di mediazione e sensibilizzazione. 
Il turismo accessibile è un argomento che ancora fatica a trovare un’unica “casa”. Pepitosa in carrozza vuole essere questo nel virtuale e nel reale rispondendo al bisogno dell’utente viaggiatore in carrozzina, attraverso la creazione di guide turistiche (scaricabili dai Soci) che toccheranno itinerari, accoglienza, cibo, eventi e curiosità. 
Tra le finalità dell'associazione c’è la creazione della figura professionale di Guida turistica del mondo della disabilità. 
Verrà raccontato un Paese attraverso le proprie eccellenze, in materia di accessibilità, e si cercherà di agire attraverso il cambiamento dei nostri comportamenti, evidenziando le barriere presenti nelle nostre città, chiedendo e coinvolgendo chi di competenza per l’abbattimento, realizzando consulenze o tavoli tematici per seminare civiltà.
Il viaggio è la scenografia del progetto, si decide l’itinerario da realizzare, si coinvolgono gli attori turistici da segnalare sulla guida e si parte con il racconto attraverso i canali social e web". 


Hai fatto anche un documentario su RAI3, dove mostri una tua giornata tipo, hai avuto momenti di imbarazzo o difficoltà durante la realizzazione? 

"Il documentario di Rai3 è un docufilm particolare. Racconta la mia giornata tipo, e cerca in cinquanta minuti di racchiudere diversi spunti di riflessioni su tematiche e tabù che legano il mondo della disabilità al mondo normale. Imbarazzo non direi, certo che recitare senza recitare è complicato e mettersi a nudo davanti a milioni di persone non è per tutti". 

"Ho scelto di essere felice, non di avere ragione", è uno dei tuoi #perdire, possiamo definirlo il tuo motto?

"È un motto di vita che mi ha regalato un mio amico in un momento particolare della mia vita, ormai me lo sento cucito addosso". 

Come hai gestito la quarantena? 

"La quarantena è stata una pausa forzata nella mia routine, come molti di noi non siamo abituati a stare rinchiusi in casa, quindi si è aperto per forza di cose tutto un mondo parallelo che si è costruito giorno per giorno, dove la tecnologia ha giocato un ruolo fondamentale per non diventare asociali. Problemi no, ma paura infinita di essere colpita e per me non sarebbe stata una passeggiata, ma al momento non posso lamentarmi".

Progetti futuri? 

"Sicuramente continuare a portare avanti contenuti fondamentali per raccontare una disabilità normale, quotidiana, come fosse una finestra su un cortile poco conosciuto, ma interessante come bagaglio da far proprio. Sicuramente Pepitosa in carrozza è il progetto ora fondamentale per continuare la strada tracciata sull'accessibilità turistica attraverso lo storytelling di viaggi nel nostro Paese, quest'anno più che mai".

Valentina porta avanti tante battaglie con la sua associazione, ma soprattutto grazie al suo carattere forte e pieno di determinazione. Una delle sue ultime lotte è il diritto alla musica delle persone con disabilità. A questo proposito ha avviato una battaglia contro l'Arena di Verona, troverete tutti gli sviluppi sul sito Pepitosa in carrozza.


Immagine di Valentina Tomirotti


Copertina del libro 


 *Questo articolo è stato pubblicato su DM 199 (Rivista Nazionale UILDM) ed è stato aggiornato per questo Blog. 


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