sabato 3 aprile 2021

L'appello di Andrea Bes sulla priorità del piano vaccinale

di Manuela Romitelli 


È passato poco più di un anno dall'inizio della pandemia da Covid-19. La vita di ognuno di noi è stata travolta, presa, scombussolata. Le nostre abitudini, che magari molte volte abbiamo anche detestato, ci mancano. Tutti vogliono tornare alla normalità. Ma cos'è in fondo la normalità? È quello che crediamo sia giusto? È quello cui siamo stati abituati? Oppure è soltanto un modo di sopravvivere? 

Non esiste un vero concetto di normalità, non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere, esiste invece il modo di andare avanti, di alternare i giorni con le notti e farlo con la serenità che aiuta a dare la giusta spinta alla nostra vita. 

Ma andiamo per gradi. 

Nella storia dell'umanità ci sono sempre state le pandemie, ricordiamo la terribile influenza spagnola che provocò circa cinquanta milioni di morti tra il 1918 e il 1920. 

Una pandemia è una guerra senza bombe. E come in tutte le guerre ci sono morti e feriti. 

Ma torniamo a noi. 

Fortunatamente, l'essere umano è andato avanti grazie alla scienza e grazie agli enormi progressi della medicina. 

Cose impensabili fino a poche decine di anni fa, come la realizzazione di un vaccino in meno di un anno. 

Ma torniamo di nuovo a noi. 

Il 27 dicembre 2020 ha avuto inizio la vaccinazione contro il Covid-19, la somministrazione è cominciata con i medici e tutto il personale sanitario, per poi proseguire con altre categorie. 

Ma dov'è il punto critico in tutto ciò? 

Le persone con disabilità gravi sono state, ancora una volta, escluse dalla priorità di vaccinazione. 

Sappiamo bene, tutti, quanto sia precaria la salute di chi convive con una malattia neuromuscolare, con una malattia degenerativa. Nessuno può affermare il contrario. 

Ma non dimentichiamo che le persone con disabilità non sono autosufficienti e quindi hanno necessariamente bisogno di essere assistite giorno e notte, per poter svolgere qualsiasi atto quotidiano. La vaccinazione dovrebbe essere prioritaria anche per i caregivers, per gli assistenti. 

In uno Stato civile tutto questo dovrebbe essere scontato e invece così non è. 

Sono state tante le prese di posizione delle associazioni, come la stessa UILDM che si è unita al coro con una lettera inviata al Ministro Roberto Speranza, a dicembre 2020, firmata da FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali per le persone con Disabilità). Nella lettera si esprime tutta la preoccupazione delle famiglie e delle persone con disabilità riguardo alla vaccinazione. Molto importanti sono le parole del nostro presidente Marco Rasconi: "C'è la paura di essere contagiati con conseguenze forti, soprattutto per chi ha una patologia neuromuscolare. È chiaro che di fronte alla buona notizia di un vaccino disponibile, la nostra comunità non veda l’ora di accedere a questo “scudo” che permetterà a tutti di tornare protagonisti. Per questo ci aspettiamo dal Governo una strategia che sia efficace e veloce, soprattutto per i più fragili, per alleggerire da un lato il peso dell’aver fermato le proprie vite e dall’altro il peso di quelle che sono le criticità gestionali delle persone con disabilità". 

Oltre alle associazioni sono stati tanti gli appelli individuali di persone con disabilità, tra questi c'è stata anche la voce di Andrea Bes, scrittore di Giaveno che abbiamo intervistato nel numero di DM 201. 

"Ho rivolto il mio appello a diversi giornali, ma gli unici che lo hanno pubblicato sono stati il Corriere della Sera e la Valsusa giornale locale. Ho scritto al Governatore della Regione Piemonte e non solo, anche all’assessore alla sanità della Regione e ad alcuni consiglieri di maggioranza e minoranza. Ho scritto anche ad alcuni politici nazionali, di entrambi gli schieramenti, e al Presidente della Repubblica". 

Abbiamo chiesto ad Andrea perché succede questo.

"Credo che alla base ci sia soprattutto molta disorganizzazione ed inoltre, il problema negli approvvigionamenti dei vaccini ha peggiorato la situazione. Detto ciò, un certo retaggio culturale fa sì che i disabili non siano una priorità in questo paese". 

Mentre scriviamo questo articolo in alcune regioni sono iniziate le vaccinazioni alle persone con disabilità gravi e i loro caregiver. Ogni regione ha predisposto delle date differenti, tutti devono recarsi in strutture ospedaliere, salvo chi ha fatto richiesta di vaccinazione domiciliare. 

L'11 marzo, è stata approvata dal Governo, in particolare dal Ministro Speranza e dalla Ministra Stefani, l'aggiornamento della graduatoria all'accesso della vaccinazione con l'inserimento delle persone con disabilità gravi ai sensi dell'articolo 3 comma 3 della legge 104. Questo provvedimento ha fatto in modo di inserire - nel piano vaccinale - le persone con disabilità gravi e persone con fragilità, oltre ai propri caregiver e assistenti che si prendono cura in maniera retributiva o gratuita. 

Attualmente però sono diverse le regioni che non hanno ancora iniziato la somministrazione del vaccino, e ci sono tante persone che stanno ancora aspettando di essere convocate nonostante hanno aderito alla prenotazione sulla piattaforma online della propria regione. 

Resta molto evidente una forte disparità tra una regione all'altra o addirittura tra una città all'altra. 

Si spera che queste disparità vengano presto risolte. 

Oggi 30 marzo la FISH ha presentato un manifesto in cui ribadisce la vita delle persone con disabilità e i loro caregiver. Questo manifesto, a cui aderisce anche il Gruppo Donne UILDM, denuncia la rivendicazione dei diritti delle persone con disabilità e la loro posizione nella società. Si parla anche del piano vaccinale in cui, come abbiamo già ribadito, le persone con disabilità non sono state inserite da subito tra le priorità, lasciando a casa famiglie intere tra mille difficoltà e tanta solitudine. 

Andrea Bes

* Questo articolo è stato pubblicato su DmDigital (App di UILDM) nel numero 201D.


© RIPRODUZIONE RISERVATA 








 

 



mercoledì 17 marzo 2021

Valentina Bazzani, la mia seconda vita dal 16 marzo 1998

di Manuela Romitelli

Quante volte pensiamo di vivere al massimo la nostra vita? Eppure non sempre ci riusciamo, forse raramente, forse mai. Ma quando accade qualcosa di importante, qualcosa che stravolge completamente i nostri piani ecco che succede quello che non ci aspettavamo, ricominciare da capo, imparare di nuovo a vivere in un modo diverso. Succede a tantissime persone, è successo anche a Valentina, una splendida ragazza che ho avuto modo di conoscere in questi anni. Valentina vive nel veronese, fa la giornalista e convive con una malattia genetica. Ci racconta come è cambiata la sua vita dal 16 marzo 1998.

"Oggi per me è una data importante che mi piace ricordare come un secondo compleanno. Ringrazio la Vita per avermi donato una seconda possibilità: da quel 16 marzo 1998 tutto è cambiato, la malattia si è manifestata nel bel mezzo dell’adolescenza sconvolgendo ogni piano. Sono cambiata io, ma probabilmente sono cambiate anche le mie priorità, il mio carattere, il mio modo di vivere le relazioni, la prospettiva dalla quale osservare il mondo. L’accettazione è un percorso in salita, che non va banalizzato o minimizzato. Costa fatica, lacrime e sacrificio, a un certo punto però ti permette di arrivare alla consapevolezza di accogliere il presente così com’è, cercando di sfruttare al massimo le proprie risorse. Una giusta dose di leggerezza e autoironia non deve mai mancareA volte mi chiedo che donna sarei diventata senza questa inquilina nella mia vita, ma la verità è che non riesco ad immaginare a una Valentina diversa da quella che sono oggi. È davvero un’emozione pensare al percorso intrapreso in questi ventitré anni, alle persone incontrate, a certi momenti vissuti, alle risate che mi hanno regalato alcune situazioni, a tutte quelle belle emozioni mi hanno fatto brillare gli occhi e battere forte il cuore. Vivere la bellezza della “normalità” è stato possibile grazie al supporto e al sostegno della mia famiglia - da sempre al mio fianco - e a chi c’è stato, nella straordinaria ordinarietà. Oggi mi sento grata e sono convinta che, al di là di questo momento difficile per tutti, tornerà un raggio di sole a illuminarci. La Vita, anche nei momenti più difficili, può offrirci sempre un nuovo inizio".

Valentina Bazzani (foto d'archivio)


© RIPRODUZIONE RISERVATA


lunedì 1 marzo 2021

Angela Biscotti D'agostino, la medicina è la mia missione

di Manuela Romitelli 

Mai come nell'ultimo periodo che stiamo vivendo abbiamo compreso quanto sia importante il mestiere del medico. All'inizio della pandemia sono stati definiti eroi, sono stati al centro di tutte le conversazioni, sono stati oggetto di dediche da ogni parte del mondo, ma dopo tutto questo sono finiti in un angolo. Perché? La gente dimentica in fretta. Non esiste un giorno della memoria per dover ricordare, non esiste la parola dimenticare, esistono i camici bianchi che rappresentano per tutti noi la speranza di un futuro migliore, dove la salute viene al primo posto. Dietro ogni camice bianco c'è un volto, una storia, anni di sacrifici che si mescolano alla passione e all'amore per la vita.

Voglio raccontarvi la storia di una donna molto determinata, con una sensibilità profonda, che ha fatto della medicina la sua missione. Studi classici, laurea alla Sapienza di Roma, specializzazione in Medicina Interna nel 2013 e Medicina Generale nel 2016. Lei è Angela Biscotti D'agostino, classe 1982, residente a Roma.

La tua passione per la medicina è nata quando eri bambina, cos'è che ti ha fatto capire che quella era la tua strada?

"Onestamente non ti so dire con esattezza quando ho capito che quella sarebbe stata la mia strada, mi ricordo però che già all'asilo preparavo con la base di un secchiello, una foglia e un sasso, la stanza di un ospedale dei lombrichi perché dovevano partorire, cosa alquanto bizzarra direi, però se dovessi indicarti un momento preciso direi dalla prima media, ma senza un evento particolare".

Hai mai avuto dei dubbi o dei ripensamenti?

"Assolutamente no, la mia paura più grande era quella di non riuscire a superare il test d'ingresso in Medicina, perché non avrei saputo cos'altro fare".

Se non avessi fatto il medico che cosa avresti voluto fare?

"Me lo sono chiesta tante volte, soprattutto in questi mesi di pandemia, mesi di stanchezza, incertezza, ansia, malcontento generale e difficoltà di interazione con il pubblico. Alla fine è sempre quella la risposta, non sono pentita della scelta fatta".

Hai avuto delle difficoltà durante i tuoi anni di formazione?

"Come in tutte le situazioni ci sono stati periodi difficili, soprattutto i momenti delle scelte, in particolare la specializzazione e soprattutto rinunciare al percorso ospedaliero. Avrei voluto fare Pediatria anziché Medicina Interna, ma poi ho capito che è stata la scelta migliore per me perché avere a che fare con i genitori super ansiosi non è proprio facilissimo". 

Attualmente, a causa della pandemia da Covid19, molti giovani stanno tirando fuori una notevole fragilità emotiva abbandonando gli studi, cosa diresti loro?

"Questa pandemia ha tirato fuori tante fragilità, sia di adulti che di ragazzi, ha slatentizzato tante situazioni che già non andavano, è un momento di grande caos generale sotto tanti aspetti, e quindi il mio consiglio è quello di aspettare a fare delle scelte. Le scelte importanti si fanno in momenti di tranquillità e serenità e non in momenti di caos come questo, perché il caos non rende lucidi, fa prendere abbagli, fa perdere il controllo e molti potrebbero pentirsi poi delle proprie decisioni".

E' ormai un anno che stiamo vivendo un periodo che rimarrà nella storia dell'umanità, come hai gestito il tuo lavoro da medico?


"È stato pesantissimo, soprattutto all'inizio, quando regnava l'incertezza totale su tutto: cosa dire o non dire, come si facevano le cose (quarantene, segnalazioni, burocrazia assurda, come organizzarsi con l'ambulatorio, come rapportarsi con la gente spaventata, come migliorare il proprio lavoro) è stato un grande anno per mettersi in discussione, capire meglio come impostare il mio lavoro di medico di famiglia e soprattutto il rapporto con i miei pazienti. Ho cercato di fare del mio meglio, pur con tanta stanchezza e tanto timore".

Quali sono state le difficoltà maggiori?


"Tranquillizzare i pazienti, gestire a distanza i pazienti positivi, giustificare le ASL che all'inizio davano risposte di tamponi dopo dieci giorni dall'esecuzione e un grande senso di impotenza".

Cosa pensi di chi nega il Covid-19?


"Che dire? Queste persone devono vivere su altri pianeti e non hanno un minimo di rispetto per chi ha perso familiari in questa pandemia, diciamo che non hanno proprio la mia stima".

Vari virologi hanno affermato che i medici negazionisti e soprattutto quelli che non sono favorevoli al vaccino andrebbero radiati, tu cosa ne pensi?

"Tutto può essere discusso, va sempre ben contestualizzato l'argomento di discussione e a me piace sempre sentire punti diversi, a parte le cose sciocche. Per esempio resto sempre allibita quando sento che esistono medici negazionisti e no-vax, soprattutto i no-vax mi rendono proprio furiosa".

Il 27 febbraio 2020 è una data particolare per te, perché?

"Per me il 27 febbraio 2020 è iniziato tutto, ricordo perfettamente il primo giorno al Numero Verde, tutti assembrati in un tavolo rotondo, nell'incertezza più assoluta di cosa dire o cosa non dire, telefoni che squillavano continuamente, non c'era modo di socializzare nemmeno tra di noi, un clima pazzesco. Poi lo scatafascio totale in guardia medica, con novanta persone fisse in attesa, sia di notte che di giorno, anche lì senza bene sapere cosa dire e come comportarsi, il panico assoluto di tutti. Il pensiero andava sempre ai colleghi ospedalieri, ai colleghi del 118, ai familiari, agli amici vicini e lontani, tutto in un perenne stato di irrequietezza e impotenza. E' passato un anno, un anno assurdo che mi ha lasciato chili in più, capelli bianchi in più e rughe, ma mi ha lasciato anche cose belle, come le persone conosciute al Numero Verde e i rapporti che nella distanza si sono comunque consolidati. Mi ha fatto capire ancora di più che tipo di persona e professionista voglio essere".

Proust dice "sembra che la natura sia in grado di darci malattie brevi, la medicina ha inventato l'arte di prolungarle", cosa ne pensi?

"Grazie alla medicina molte malattie si sono risolte, i pazienti sono realmente guariti, sono stati fatti dei passi avanti giganteschi. Dove c'è da migliorare ancora è l'oncologia perché gli effetti collaterali dei farmaci sono ancora tantissimi e non sempre poi risultano efficaci, ma per fortuna ci sono i ricercatori che provvederanno sicuramente a darci sempre una qualità di vita migliore anche per i pazienti oncologici".


Contatti della dott.ssa Angela Biscotti D'agostino:

Cellulare: 3343719405

E-mail: angela.biscotti@yahoo.it

Medico di Medicina Generale ASL RM1 terzo distretto

Riceve nelle seguenti sedi:

Studio medico in via Monte Giberto 15 - Roma 

Studio medico in via Prato Vecchio 4 - Roma 

Richiesta Impegnativa Online

Prenotazione Appuntamenti Online


Angela Biscotti D'agostino




Angela Biscotti D'agostino


© RIPRODUZIONE RISERVATA


lunedì 22 febbraio 2021

Caterina Dietrich, la mia lotta contro la FSHD nel libro "Frammenti di me"

di Manuela Romitelli

Donna forte, caparbia. Le sue fragilità le ha prese e le ha trasformate, tutte, una ad una. Lei è Caterina Dietrich, classe 1958, insegnante, residente a Roma. La sua vita, la scoperta e la lotta contro la FSHD (Distrofia Facio-Scapolo-Omerale) è racchiusa in un libro "Frammenti di me. Apostrofi temporali di vita" edito da Pioda Editore. Tutti i proventi del libro sono destinati all'associazione FSHD Italia Onlus: "Sono una delle socie fondatrici e ricopro il ruolo di Vice Presidente dall’atto costitutivo del 2008. Nei limiti delle mie possibilità opero affinché le due parole inserite nel nome identificativo dell’Associazione, Ricerca e Sostegno, siano al centro di ogni mio intervento. Contrastare la nostra patologia è possibile, ma è indispensabile e prioritario effettuare una duplice forma di sostegno: reperire fondi per la ricerca scientifica sulla FSHD e garantire supporto a chi ne è affetto".

Nel libro "Frammenti di me" racconti della tua vita e in particolare della tua convivenza con la FSHD, come hai scoperto di avere questa malattia?

"Faccio una breve premessa, fin dalla giovane età io ho svolto attività sportive di tutti i tipi: atletica, tennis, pallavolo, corsa campestre, pattinaggio, bicicletta. Poi, all’età di 15 anni, ho iniziato a fare ginnastica artistica arrivando ad ottenere soddisfacenti risultati. Forse è anche per questo che, tutti i disturbi e “le cose strane” (come le chiamavo io) che cercavo di descrivere al medico, spesso venivano sottovalutate o, addirittura, scambiate per problemi non prettamente fisici. Quasi tutti erano propensi ad attribuire tutto ad una debolezza psicologica dovuta, a detta loro, alla situazione familiare nella quale si combatteva con diverse malattie che avevano colpito mia sorella, mia madre e mio padre. Quindi, tornando alla domanda, posso dirti che l’individuazione di una causa che giustificasse le strane e particolari sensazioni corporee che avvertivo io (atleta), non è stata affatto semplice. L’excursus è cominciato descrivendo tutto agli “esperti di turno” che, però, non sono stati in grado di comprendere (medico di famiglia), valutare ciò che vedevano (ortopedico) o, semplicemente, ascoltare quello che raccontavo (medico sportivo). Il risultato finale di questa girandola è stata la diagnosi di “disturbi psicosomatici” con conseguente prescrizione e raccomandazione di un ciclo di sedute psicologiche. In sostanza io, secondo loro, ero sana come un pesce, avevo solo qualche problema psicologico per il quale sono stata trattata fino a quando ho trovato la forza di dire basta. Ricordo questo periodo come uno dei più bui della mia vita e che mi ha fatto solo perdere inutilmente qualche anno. Avevo compiuto già 17 anni quando i problemi  iniziavano ad essere palesemente evidenti (scapola alata, difficoltà ad alzare le braccia, frequenti inciampi e conseguenti cadute). Da lì in poi un andirivieni di visite specialistiche che mi hanno condotto fino ad una richiesta di biopsia muscolare fatta all’Istituto neurologico Besta di Milano, nella quale si evidenziava la corretta diagnosi: distrofia muscolare. Non avevo ancora compiuto 18 anni. Ho deciso di scrivere il libro per rendere visibile quanto la vita meriti di essere vissuta a prescindere dalla condizione fisica e, la mia speranza, è che il racconto della mia esperienza possa essere di aiuto a tutti quelli che hanno perso il bandolo della matassa. Il mio più grande sogno è che ogni parola scritta possa trasformarsi in un frammento del comune filo di Arianna e far ritrovare l'uscita dal nostro labirinto di Minosse".

Quando hai saputo la verità qual è stata la tua reazione? 

"Drammaticamente in bilico tra la soddisfazione per il riconoscimento del non essere pazza e la disperazione totale legata all’incognita di quella malattia di cui non conoscevo nulla. Non l’avevo nemmeno mai sentita nominare la distrofia muscolare. Questa dualità iniziale è stata presto sostituita dal terrore puro quando mi hanno cominciato a dire le caratteristiche e le conseguenze corporee che la distrofia avrebbe apportato al mio corpo. Nel mio immaginario stavo per perdere tutto e non potevo farci nulla".

Cosa hai fatto per reinventarti?

"Sono stata in balia del vento per un po’, ma fortunatamente ero bene ancorata alla famiglia, soprattutto con mia madre che ho percepito sempre al mio fianco. Più di una volta le ho chiesto aiuto e lei c’è sempre stata rimandandomi sicurezza, forza e coraggio. Mi ha aiutato a trovare la forza di ipotizzare un futuro possibile per me, un futuro che dovevo poter scegliere io. Dovevo essere io l’artefice del mio futuro. Sentendola sempre al mio fianco, a 20 anni sono andata a vivere da sola iniziando a lavorare e a prendermi cura di me. In quel monolocale ho potuto vedere la rosa di opportunità che si possono pretendere, individuare ed ottenere anche avendo una malattia degenerativa. Ho vinto due concorsi nella scuola ed ho scelto quello a me più congeniale. Vivendo ho scoperto l’amore, le amicizie, la solitudine, la gioia. Ma anche le difficoltà imparando a superarle, i malesseri imparando a conviverci. Un allenamento continuo che mi ha fatto accettare abbandoni, rinunce e cambiamenti irreversibili. In cambio ho ottenuto forza, determinazione e voglia di vivere".

Qual è, secondo te, il momento più difficile in assoluto nella convivenza con la FSHD?

"Quello in cui smetti di credere di avere ancora chance e possibilità".

Cosa diresti a chi, oggi, scopre di avere una malattia degenerativa e non riesce a reagire?

"Direi che la diversità viene percepita come “altro” solo se si è convinti che esiste esclusivamente una normalità. Non è così: non esiste un solo modo per fare le cose, non esiste un solo modo di vivere la vita, non esiste un'unica forma di esistenza, non c’è un solo modo di agire, muoversi, amare, gioire o lavorare. Le possibilità sono molteplici, tante quante sono le persone. Ognuno ha la sua".

C'è stato un aneddoto particolare che spiega esattamente la bellezza delle tue parole, raccontaci.

"Sì, diversi anni fa, avevo in classe un bambino sordo. Aveva quattro anni e si rifiutava di fare qualsiasi cosa io proponessi rispondendo sempre “non posso perché non sento”. Un giorno l’ho preso per mano chiedendogli se poteva fare con me un gioco speciale. Gli ho chiesto di guardare diversi materiali che avevo messo sul tavolo: una tazza con l’acqua, una tazza con la farina, una tazza con del pongo ed una con della ghiaia. Poi gli ho chiesto di chiudere gli occhi. Ho preso la sua mano e l’ho immersa nell’acqua chiedendo cosa era e, così, per tutte le tazze. Con l’aiuto dell’insegnante di sostegno abbiamo letto le sue risposte: aveva individuato tutti gli elementi. Quando ha aperto gli occhi l’ho accarezzato chiedendo se aveva sentito la mia carezza ed il contenuto delle tazze. Lui ha detto sì con la testa. Allora gli ho dato un pizzicotto sulla pancia chiedendogli se aveva sentito anche quello. Ha detto sì con la testa anche questa volta. Me lo sono messo sulle ginocchia e, guardandolo negli occhi, ho mimato “tu senti, hai visto?”. Da quel giorno ha partecipato attivamente ad ogni attività ed io ho fatto un corso per imparare le nozioni basilari della lingua dei segni. Non esiste un solo modo, bisogna riconoscere il proprio e rivendicare il diritto di utilizzarlo".

Come stai vivendo questo periodo storico di pandemia? Hai avuto difficoltà particolari?

"Decisamente sì e per due motivi ben distinti. Il primo è legato alla cura della mia persona: il centro di riabilitazione dove facevo fisioterapia con quattro accessi settimanali, utilizzava grandi stanze suddivise da pannelli mobili o tende e, all’interno, venivano trattati contemporaneamente sei pazienti (e ovviamente sei fisioterapisti). Con il lockdown il centro è stato chiuso, per ovvi motivi; purtroppo anche quando si poteva riaprire, l’organizzazione delle stanze non permetteva di garantire il mantenimento della distanza di sicurezza. Sono stata mesi senza poter fare fisioterapia e, questo, ha significato per me un aggravamento generale della mia condizione ed anche un aumento dei dolori fisici. Ho dovuto aspettare mesi per individuare nella mia zona un altro centro riabilitativo idoneo ed espletare le formalità burocratiche con la ASL per far accettare ed autorizzare il cambio di struttura. Purtroppo chi ha una patologia come la distrofia muscolare Facio-Scapolo-Omerale, a volte deve sottostare alle situazioni nelle quali la propria forza di volontà non può nulla. La seconda va a toccare la sfera relazionale, difficile da fortificare nel contesto pandemico. In questo, magra consolazione, abbiamo gli stessi problemi di tutti gli altri. Per fortuna come Associazione FSHD Italia Onlus abbiamo previsto l’utilizzo di incontri on-line per sopperire, in parte e sicuramente parzialmente, alle necessarie direttive di distanza di sicurezza dettate dalla pandemia".


Per approfondire:

www.fshditalia.org - FSHD Italia Onlus 


Caterina Dietrich




Copertina del libro



 © RIPRODUZIONE RISERVATA


sabato 30 gennaio 2021

Gina Lacala, tutte le strade verso la ricerca di un figlio

di Manuela Romitelli


Diventare mamma è il sogno di molte donne, ma cosa accade quando questo sogno non si avvera? Esistono, allo stato attuale, diverse procedure che possono intervenire laddove la natura genetica si blocca. Procedure difficili, lunghe, complesse, e che molte volte possono allontanare ancora di più il desiderio di maternità. Sono veri e propri viaggi emotivi, oltre che fisici, a caratterizzare questi percorsi verso la ricerca di un figlio. Sono percorsi differenti che ogni donna vive a suo modo.

Raccontiamo la storia di Gina Lacala, 34 anni: "Mi considero europea a tutti gli effetti. Sono nata in Germania, mio padre è italiano e mia mamma era francese. Fino a 19 anni ho vissuto principalmente a Monaco di Baviera. Finite le superiori, ho deciso di andare a vivere e studiare a Teramo (Abruzzo). Sono rimasta in Italia fino al 2015, anno in cui sono stata selezionata per un tirocinio presso la Commissione Europea. Io e mio marito, allora fidanzato, abbiamo deciso di partire per questa avventura".

Hai vissuto tra Germania, Francia, Italia e Belgio: cosa ti ha dato ognuno di questi Paesi?

"Vivere in diversi paesi e assorbirne la cultura mi ha sicuramente portata ad avere una mente aperta, a vedere le cose da diversi punti di vista e ad accettare la diversità. In realtà non mi sento davvero parte di una cultura al 100%. La cultura di una società la acquisisci vivendoci fin da piccolo e comprende molte cose di cui non ci rendiamo neanche conto: i modi di dire, l’umorismo, i cantanti, i programmi della televisione, il cibo, le abitudini, le consuetudini, il modo di stare insieme, le relazioni tra i diversi membri di una stessa comunità. Mi sono accorta che mi mancavano i pezzi rispetto a tutte le culture alle quali appartengo e questo non facilita l’integrazione. Ho vissuto una grande crisi d’identità appena arrivata in Italia. Mentre vivendo in Belgio dal 2015, devo ammettere che sto ancora cercando di capire quale posto sento davvero essere casa mia".

Diventare mamma non è stata una strada facile, raccontaci il tuo percorso.

"In realtà, il voler diventare mamma è stato un percorso graduale. Non sono mai stata pazza per i bambini e per molti anni non mi sentivo pronta a compiere questo passo, anzi non sapevo neanche se avrei voluto diventare mamma. I miei genitori mi hanno sempre spronata ad essere indipendente economicamente e a mettere la stabilità al primo posto, quindi per me pensare di diventare mamma senza avere una certa stabilità era impossibile. Inoltre, sono consapevole dell’impegno che un figlio richiede, soprattutto se si ha in mente un progetto educativo e si vuole seguire il figlio durante il suo percorso di crescita. Nonostante questa mia parte razionale, dentro di me ho sempre amato e desiderato la famiglia numerosa, ci voleva probabilmente solo l’evento scatenante".

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

"Primo, l’aver trovato un uomo che mi ama, con il quale sto condividendo la mia vita e con il quale posso fare progetti. Secondo, l’essermi resa conto che, stando lontani dalla famiglia, siamo sostanzialmente soli, al contrario di quello che vorrei, e che un figlio ti può portare tanta gioia. Terzo, mia mamma mi ha fatto capire che la stabilità al 100% non esiste e che vale la pena rischiare perché alla fine le soluzioni si trovano sempre. Così alla fine del 2017, abbiamo iniziato a cercare un figlio, senza sapere che pochi mesi dopo avrei intrapreso un percorso tortuoso tra inseminazioni e fecondazioni in vitro. Nel 2019 ho affrontato due aborti spontanei e due raschiamenti. Dopo tutte queste esperienze, fortunatamente, siamo diventati genitori di Marco". 

Come hai vissuto il percorso di fecondazione assistita che hai seguito in Belgio?

"Devo dire che sono stata molto fortunata ad aver intrapreso questo percorso in Belgio, perché qui ci sono dei centri di altissimo livello. Il sistema sanitario permette di affrontare tutto senza perdite di tempo, ed è previsto il rimborso dall’assicurazione".

Emotivamente come è stato affrontare tutto questo?

"A livello psicologico ho intrapreso questo percorso con determinazione e positività. Sapevo già, da quando avevo 19 anni, che avrei probabilmente avuto bisogno di un aiutino il giorno in cui avrei deciso di avere figli, poiché mi hanno diagnosticato la sindrome da ovaio policistico. Forse ho avuto un po’ di apprensione per la fecondazione in vitro, perché non sapevo come avrei reagito a questi alti dosaggi ormonali e che bisognava fare un intervento per estrarre gli ovuli, ma poi quando sai di non avere scelta, vedi le cose diversamente e cerchi di prenderle con un pizzico di leggerezza. Sicuramente un ruolo importante lo ha svolto l’equipe medica, che è stata sempre molto accogliente e rassicurante, e ovviamente mio marito che si è offerto di farmi le punture sulla pancia. Infine, devo dire che, contrariamente a quanto riportato da molte donne, le terapie non hanno influito sul mio umore, per cui posso dire che l’ho vissuta molto bene".

Hai vissuto anche momenti di sconforto legati proprio ai trattamenti?

"Certo! È chiaro che non è tutta una passeggiata. Sai quando inizi ma non sai quando finisci. Così in un attimo sono passati due anni, durante i quali abbiamo vissuto attese per i test di gravidanza, delusioni per i trattamenti poco efficaci, dosaggi da adattare al mio corpo, esami poco piacevoli come l'isterosalpingografia. Ci sono stati momenti dove mi sono chiesta se ne valeva la pena, mi sentivo un pesce fuor d’acqua in mezzo a tutte quelle donne giovani e meno giovani alla ricerca di un figlio. Molte donne si arrendono già in partenza al solo pensiero di dover fare le punture ormonali sulla pancia. Altre lo considerano una forzatura e preferiscono non ricercare le cause dietro alla difficoltà a concepire figli naturalmente. Nonostante i miei dubbi, ho comunque continuato perché non volevo rimpianti e anche se rispetto chi decide di non fare questo percorso, lo trovo un peccato perché in fin dei conti la medicina ci può aiutare. Inoltre, c’è da dire che a volte le cause sono facilmente risolvibili. Oggi la fertilità è un grande problema e al contrario di ciò che si può pensare dipende anche spesso dagli uomini. Per cui fare degli esami come coppia può essere d’aiuto e dare delle prospettive".

Come funziona esattamente la procreazione assistita?

"Prima di arrivare a consultare degli esperti, in genere tutte le coppie cercano di avere rapporti mirati grazie al rilevamento della temperatura corporea della donna e i test di ovulazione che si trovano sul mercato. In genere se dopo un anno non riesci a rimanere incinta allora conviene consultare degli esperti. Nel mio caso questo periodo è durato molto meno, visto che già sapevo di avere l’ovaio policistico e dei cicli completamente sballati, quindi non abbiamo perso tempo".

Il percorso in sé come avviene?

Il percorso di procreazione assistita prevede più fasi. Per prima cosa, la coppia deve fare diversi esami, prima che la donna possa iniziare i trattamenti ormonali, poiché i medici devono capire se il trattamento è davvero necessario o se vi sono altre problematiche che bisogna affrontare. È da notare che vi sono coppie che, apparentemente, non presentano nessun problema di infertilità e che si trovano comunque a dover ricorrere alla procreazione assistita. Una volta fatti tutti gli esami, i medici prescrivono il trattamento da effettuare a casa. Nel mio caso, ho dovuto fare delle punture ormonali sulla pancia per stimolare l’ovulazione e fare dei controlli, ovvero analisi del sangue ed ecografia, ogni due giorni in prossimità dell’ovulazione. Una volta che l’ovulo aveva raggiunto la dimensione desiderata si procedeva con l’inseminazione. Questo trattamento non ha funzionato nel nostro caso, così i medici hanno deciso di optare per la fecondazione in vitro. In questo caso i dosaggi ormonali sono molto più elevati, poiché idealmente la donna deve produrre una decina di ovuli da poter poi fecondare in provetta. Una volta che gli ovuli arrivano a maturazione, vengono prelevati con un ago sotto anestesia locale, per poi essere subito fecondati dall’equipe di biologi. Tre giorni dopo, valutano se gli ovuli si sono sviluppati, ovvero se la divisione cellulare è avvenuta e se è avvenuta in modo corretto".

Poi che succede?

Successivamente, si effettua il trasferimento dell’embrione che è una procedura semplice e indolore: l’embrione viene semplicemente posizionato nell’utero e poi bisogna aspettare che attecchisca e si nidifichi nella parete uterina. Gli altri ovuli fecondati vengono crioconservati (congelati) per un tempo stabilito dalla legge e possono essere successivamente scongelati per essere trasferiti".

Qual è il momento più difficile da affrontare quando si ha un aborto spontaneo?

"Ho vissuto due aborti molto diversi e conseguentemente le emozioni che ho provato erano anche molto diverse. Nel primo caso, ero rimasta incinta dopo il primo tentativo di fecondazione in vitro che non era andato bene, visto che avevo portato a maturazione un solo ovulo. I medici avevano deciso di tentare con l’inseminazione e avevano avuto ragione. Quando ci hanno annunciato che il risultato del test di gravidanza era positivo, lo abbiamo vissuto come un miracolo. Non avremmo mai pensato che l’ovulo si sarebbe fecondato e impiantato. Per cui, quando inizialmente stava andando tutto bene e arrivammo anche a sentire il cuoricino battere, ci sentivamo al settimo cielo e decidemmo di annunciarlo ai familiari. Purtroppo, all’ecografia della settima settimana ricevemmo la notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere. Mi ricordo ancora quel giorno quando alla visita di controllo la ginecologa posizionò l’ecografo e dopo qualche minuto e con uno sguardo sconcertato chiese all’assistente “a che settimana siamo?”. Poco dopo mi disse “mi dispiace ma non c’è battito”. Fu una doccia fredda e rimanemmo increduli. Mi sentivo come se un coltello mi avesse appena trafitto il cuore. Ecco, quello penso sia stato il momento più brutto. Poi, fino al raschiamento è stata dura, non solo perché ho dovuto annunciare a tutti che lo avevamo perso, ma anche perché sapevo di dover convivere con questo corpicino che era dentro di me senza vita. Non smettevo di pensare che era tutto finito, così all’improvviso. Il sollievo è arrivato con l’intervento, che ho vissuto come una liberazione. Era il momento di voltare pagina, di pensare al futuro con positività. Avevo deciso che non mi sarei arresa, che sarei rimasta forte come una roccia perché alla fine intorno a me stavo conoscendo tante donne che avevano vissuto quello che stavo vivendo io. Provavo anche gratitudine perché la natura aveva fatto quello che doveva fare prima che fosse troppo tardi".

Poi cosa è successo?

"Qualche mese dopo il primo raschiamento rimasi di nuovo incinta, grazie al secondo tentativo di fecondazione in vitro che, questa volta, andò a buon fine. Contrariamente alla prima gravidanza, già dalle prime analisi capimmo che c’era qualcosa che non andava. I livelli degli ormoni hcg (gli ormoni della gravidanza) non erano raddoppiati come previsto. Nelle settimane successive la crescita fetale era anomala, poiché il piccolo presentava un ritardo di due settimane. All’ottava settimana i medici decisero di procedere con il raschiamento, poiché erano ormai certi che non si sarebbe mai sviluppato come avrebbe dovuto. In questo caso, ciò che mi aveva fatto soffrire di più era il fatto di dovermi interfacciare sempre con un ginecologo diverso dalla mia ginecologa di riferimento, poiché in questa clinica è prevista la rotazione del personale. Ognuno vedeva le cose in modo diverso e aveva i propri dubbi. Così c’era chi voleva ancora aspettare e chi mi aveva già detto che non c’erano speranze. L’intervento fu di nuovo una liberazione. Ancora una volta avevo deciso di non arrendermi, anche se era più difficile stavolta, visto che ne avevo persi due, uno dopo l’altro, e rientravo nella casistica degli aborti ripetuti e non più occasionali".

Dev'essere stato difficile.

Sì, infatti ho iniziato a chiedermi se avevo qualche problema e avevo paura che era solo l’inizio di una lunga trafila di aborti. Ho iniziato anche a dubitare dell’equipe medica, e temevo che non mi avevano fatto fare abbastanza esami. Poi ci hanno fatto fare l’esame del cariotipo (il DNA materno e paterno) e la mia ginecologa ci ha spiegato che purtroppo può succedere di avere due embrioni non compatibili con la vita e che è un bene quando la gravidanza si interrompe allo stadio iniziale. All’inizio del 2020, ho iniziato con la cura ormonale in previsione del secondo transfer, il quale non è mai avvenuto a causa del Covid19. Con il lockdown e le incertezze sugli effetti che il virus poteva avere sullo sviluppo dell’embrione, i medici hanno deciso di interrompere tutto. Io ho subito pensato che non potevo dipendere da una clinica per diventare mamma. Ormai avevo imparato a conoscermi, e il mio corpo, ancora imbottito di ormoni, aveva iniziato a funzionare anche da solo. Ci abbiamo provato naturalmente e a fine aprile ho fatto il test di gravidanza ed è risultato positivo".

Parlare di aborto è, ancora oggi, una sorta di tabù, cosa diresti alle donne che hanno subìto questo e si vergognano?

"L’aborto è un vero e proprio lutto e penso che molte donne non ne parlino per non rivivere il dolore della perdita. A questo si possono aggiungere sentimenti di colpa e vergogna, che possono essere dovuti a diversi fattori: sociali, relazionali o semplicemente concernenti le cause dell’aborto stesso. Viviamo in una società dove vi è ancora la convinzione che per essere donne bisogna avere figli e essere in grado di procreare, perciò alcune donne non si sentono all’altezza delle aspettative sociali. In alcune coppie sono anche i partner a incolparsi a vicenda, attribuendo ad esempio l’aborto allo stress o all’incapacità della donna di portare avanti la gravidanza. La solitudine delle donne può anche dipendere dal fatto che il partner non riesce a provare empatia e a capire cosa significhi perdere un figlio. Questo dipende spesso dal fatto che gli uomini vivono la gravidanza come qualcosa di molto astratto, poiché non la vivono in prima persona e non riescono a immaginare che il legame madre-figlio si crea già fin dall’inizio".

Cosa consiglieresti a una donna che in questo momento ha perso un figlio e non vuole più lottare?

"Il modo in cui affrontiamo eventi difficili come l’aborto dipende da una serie di aspetti: il vissuto, il carattere, il nostro modo di essere, ecc. Penso che ognuno di noi sa quanto è in grado di sopportare. Io mi ero detta che un terzo aborto sarebbe stato davvero difficile per me e che a quel punto mi sarei presa una pausa di riflessione. C’è anche da dire che per me un figlio rappresenta una ciliegina sulla torta, mentre molte coppie non si sentono al completo se non riescono ad avere figli. Io mi ero totalmente lasciata andare all’idea che se Dio avesse voluto, saremmo stati felicissimi di accogliere una nuova vita, altrimenti saremmo stati comunque felici come coppia. Penso che questo ci ha aiutati e mi ha aiutata a non farne una fissazione. Tuttavia, so che ci sono donne che vanno in depressione e non hanno più voglia di combattere. Consiglierei loro di rivolgersi ad uno psicologo che le possa aiutare a risollevarsi ed eventualmente a ritrovare la forza di lottare, oppure ad accettare di non voler più cercare e di poter stare comunque bene e vivere in pace con se stesse. Spesso è proprio in questi momenti che capita la cosa più inaspettata".


Per approfondire:

ISTAT - Aborti spontanei

IRCCS - Aborto spontaneo

MSD - Aborto spontaneo

Fertilità femminile - VIDEO

Gina Lacala


© RIPRODUZIONE RISERVATA









    


1

sabato 23 gennaio 2021

Paola Tricomi, quando la letteratura diviene un punto di forza

di Manuela Romitelli

Paola Tricomi è una giovane donna che ha fatto della letteratura il suo punto di forza. La sua formazione è iniziata al liceo classico, una laurea in lettere classiche e una specializzazione in filologia classica. Attualmente sta svolgendo il dottorato di filologia romanza presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. 

Paola ha 29 anni e vive a Catania, dove si trova in isolamento a causa della pandemia, per la sua particolare condizione di fragilità dovuta ad una malattia genetica con cui convive: la SMA (Atrofia Muscolare Spinale). La sua passione per i classici si è riversata sui libri, tanto da scriverne diversi.

Nel 2019 hai pubblicato "Il canto del mare", come è venuto alla luce?

"Il canto del mare è venuto alla luce dopo un lungo travaglio. La sua ispirazione originaria nasce nel lontano 2015, quando avevo l’interesse di unire la mia passione per la scrittura come forza magica da decifrare e la mia passione per le nuove scienze, tra cui la robotica. Ma ho scritto Il canto del mare soltanto nel 2018 a seguito di un problema di salute grave che ho dovuto attraversare. Ho dovuto affrontare molte difficoltà che mi hanno vista peregrina tra Pisa, Milano e Catania per un anno e ricoverata per molti mesi. Soltanto alla fine ho scritto Il canto del mare come coronamento. Ho deciso di devolvere i proventi del libro al Centro Clinico Nemo che tanto mi ha aiutato".

“Perché scrivere dentro una conchiglia”? Questo è quello che si chiede la protagonista del libro, tu cosa scriveresti se dovessi lasciare un messaggio all'umanità?

“L’immagine della conchiglia è un’immagine archetipica che io riconnetto alla simbologia delle voci misteriose e dei suoni misteriosi che ci ricollegano anche all’armonia dell’universo. Io, se dovessi scrivere un messaggio all’interno della conchiglia per lanciarlo all’umanità, chiederei di non dimenticarci mai dei nostri punti di forza, ma anche dei nostri punti di debolezza perché si è veramente umani solo quando si è consapevoli di essere forti e fragili insieme.”

“Il ricamo di Dio: vincolo, connessione e scioglimento dalle fonti classiche e bibliche a Dante” è stato pubblicato nel 2017, cosa mi puoi dire in merito?

“Il saggio Il ricamo di Dio è la pubblicazione della mia tesi di laurea magistrale ed è un’analisi dell’immagine del nodo, del vincolo e della metafora della tessitura all’interno delle opere di Dante e presso le sue fonti bibliche e classiche”.

Nel 2016 hai pubblicato “La voce a te donata”, una silloge di poesie, a cosa ti sei ispirata?

La voce a te donata è la mia seconda raccolta poetica e il titolo si ispira alla nota silloge poetica di Pedro Salinas intitolata La voce a te dovuta. Ho deciso di ispirarmi a questa silloge di poesia d’amore perché amo tantissimo Salinas e perché credo che sia riuscito come pochi a rendere il senso in una poesia capace di far incontrare l’io con gli altri. Infatti, è proprio questo l’intento di La voce a te donata che intende ricongiungere una voce poetante al mondo in cui vive”.

Hai sempre sostenuto che la letteratura può salvarci, in che modo pensi che possa salvarci? 

“La letteratura può salvarci è lo slogan del mio canale YouTube, Paola Tricomos, ed è il motivo per cui ogni giorno studio e lavoro. È un’idea che mi è balenata in mente fin da bambina, quando ho imparato a leggere storie, perché personalmente la letteratura mi ha salvato; mi ha salvato dai drammi della vita, mi ha salvato nei momenti di solitudine e mi ha salvato anche quando non vedevo più luce. Ma non è la letteratura in sé a salvarci, bensì è la passione con i cui occhi noi riusciamo ad attraversarla. Credo che la letteratura possa salvarci, se l’amiamo profondamente. La letteratura è il racconto di uomini e donne che hanno vissuto o vivono, che ci trasmettono ciò che hanno visto e per questo può essere fonte di grande ispirazione, non soltanto per capire come essere più empatici, per sentire l’altro, ma anche per sentire noi stessi e trovare risposte ai piccoli e grandi problemi della vita di ogni giorno”.

Hai fatto un videomessaggio per "sollecitare" la vaccinazione anticovid per le persone con disabilità, come stai vivendo questo periodo di pandemia?

“Come ho affermato nel mio video, sto vivendo questo periodo in totale solitudine e ciò è molto difficile da provare, soprattutto se si protrae per tanti mesi senza riuscire a fare nessuna progettualità per il futuro. Tuttavia, cerco di impegnarmi sia con i video del mio canale YouTube, sia con scrittura di tipo creativo (romanzi, poesie, storie, sceneggiature…), sia con scrittura di tipo scientifico. In particolar modo, in questo periodo sono assiduamente impegnata con la scrittura della mia tesi di dottorato”.


Contatti social di Paola Tricomi

Facebook: @laparoladipaolatricomi

Instagram: paolatricomi

YouTube: Paola Tricomos

Sito: www.paolatricomi.com


Immagine di Paola Tricomi
                                  


Libri di Paola Tricomi
                    

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

sabato 9 gennaio 2021

Valentina Bazzani: il Covid è arrivato - senza permesso - anche a casa mia

di Manuela Romitelli

È un periodo storico quello che stiamo vivendo, un periodo che non dimenticheremo. Siamo abituati a convivere, ogni anno, con vari virus e batteri che cercano di invadere il nostro corpo. Ma questo virus, il Covid-19, come ha cambiato le nostre esistenze? Attualmente siamo a quota +88,1 mln di casi conclamati nel mondo e +1,9 mln di decessi. Fortunatamente, però, ci sono persone che hanno contratto il virus e ce l'hanno fatta. Voglio raccontarvi la storia di Valentina BazzaniValentina è una giornalista, vive in provincia di Verona, convive con una malattia genetica e ha avuto un incontro ravvicinato con il temutissimo Covid-19. 

"Questo è un virus davvero subdolo: erano mesi che stavo vivendo l'isolamento e i miei familiari hanno sempre avuto la massima attenzione, eppure il Covid è riuscito comunque ad arrivare in casa mia". Con queste parole Valentina ci invita a riflettere sulla forza di questo virus. 

Quando hai iniziato a non sentirti bene, quali sintomi hai avuto? 

"Appena ho scoperto la positività dei miei genitori, ho dovuto cercarmi un alloggio in cui poter vivere l'isolamento, cosa non semplice dipendendo totalmente dagli altri. Grazie al cielo sono stata accolta dai miei zii, che mi hanno ospitata in una camera a casa loro. Dopo qualche giorno però è cominciato un forte mal di gola, accompagnato da dolori alle ossa e una strana debolezza. Ho avvertito telefonicamente il medico curante e richiesto di fare nuovamente un tampone, anche se dal precedente erano passati solo cinque giorni. L’esito stavolta era positivo. A quel punto mi sono consultata con medico di base, neurologo e alcuni specialisti: l'unica soluzione sensata, a quel punto, era tornare a casa, tenendo monitorata la situazione giorno per giorno".

In quale giorno hai saputo di essere positiva? 

"Era il 14 dicembre, anche se i primi sintomi sono arrivati qualche giorno prima". 

Nel momento in cui hai avuto l'esito positivo del tampone cosa hai provato e soprattutto qual è stata la tua preoccupazione più grande? 

"Quando scopri di essere positivo ti crolla il mondo addosso: arriva immediatamente la paura di come potrà evolversi la malattia. Il pensiero è andato a tutte le persone che non ce l'hanno fatta e a chi sta lottando in qualche corsia d'ospedale". 

Cosa diresti a chi nega l'esistenza del Covid? 

"È impossibile negare l'innegabile. Questo virus esiste e l'ha dimostrato prepotentemente a tutto il mondo. È tempo di mettere da parte l'egoismo, leggere, informarsi, guardare un telegiornale. È assolutamente necessario rispettare le regole, l'uomo non è un'isola e non può vivere recando danno al prossimo. Solo insieme potremo uscire da questa emergenza".

Quali sintomi hai avuto durante tutto il periodo? 

"I sintomi sono stati diversi e sono cambiati ogni giorno. Grazie al cielo si sono mantenuti gestibili da casa".

Sei favorevole al vaccino? 

"Assolutamente sì, in questo momento è la nostra unica speranza. Senza i vaccini molte malattie non si sarebbero mai estinte, pensiamo ad esempio alla poliomielite". 

In questo lungo periodo di lockdown quali sono le cose che ti sono mancate di più e quali sono le cose che farai per primo appena sarà possibile?

"Vivere la normalità: dalle relazioni al lavoro, dal tempo libero ai progetti. Personalmente però, posso dire di essere stata piacevolmente sorpresa dalla vicinanza di alcune persone che, con un messaggio o una chiamata, mi hanno accompagnata in questo periodo in salita. È proprio vero che l'amicizia si manifesta nelle difficoltà".

Il 2020 ci ha ricordato che la vita è un dono effimero, che può interrompersi da un momento all'altro, forse con maggiore consapevolezza, ecco, il 2021 invece cosa pensi che ci lascerà? 

"Credo che chi si trova a vivere una situazione di fragilità, questa consapevolezza la porti con sé da sempre. Ogni giorno è un dono prezioso, da vivere con stupore e meraviglia. La pandemia ha ricordato a tutti questo imperativo: nulla di ciò che abbiamo è scontato. Cosa ci auguriamo per questo nuovo anno? Certamente una rinascita, una nuova possibilità, un ritorno alla normalità. Occhi al cielo e speranza nel cuore". 

Cosa auguri a te stessa?

"Di poter tornare a riprendere in mano la mia vita, la mia splendida quotidianità. Il 2020 è stato un tempo sospeso per tutti". 

In che giorno hai avuto esito negativo e qual è stato il primo pensiero? 

"Il 31 dicembre. Ho pianto di gioia, è stata una liberazione pazzesca". 



Immagine di Valentina Bazzani
  


© RIPRODUZIONE RISERVATA